Cadono le statue del Baath 2003-2013
Raqqa è la prima capitale regionale a cadere in Siria. Quando lunedì è passata sotto il controllo dei ribelli, i suoi abitanti per prima cosa hanno legato un cappio a un bulldozer e alla statua del padre del presidente, Hafez al Assad, nella piazza centrale, e l’hanno tirata giù con la coreografia rabbiosa degli oppressi che si liberano: colpi di kalashnikov mentre cascava, lanci di scarpe, pisciate sulla faccia sbreccata, foto ricordo.
17 AGO 20

Raqqa è la prima capitale regionale a cadere in Siria. Quando lunedì è passata sotto il controllo dei ribelli, i suoi abitanti per prima cosa hanno legato un cappio a un bulldozer e alla statua del padre del presidente, Hafez al Assad, nella piazza centrale, e l’hanno tirata giù con la coreografia rabbiosa degli oppressi che si liberano: colpi di kalashnikov mentre cascava, lanci di scarpe, pisciate sulla faccia sbreccata, foto ricordo. Poco dopo l’esercito siriano per rappresaglia ha cominciato a bombardare la piazza – è la stessa su cui nel novembre 2011 Assad figlio s’era affacciato nel tentativo di dimostrare che il paese lo amava ancora. A giudicare da quello che si vede, non più.
Il collegamento immediato con Raqqa è Baghdad, dove nell’aprile di dieci anni fa fu tirata giù la statua dell’altro grande despota nato in seno al partito Baath, Saddam Hussein. Nel caso di Raqqa, fanno notare i siriani, “abbiamo fatto tutto noi da soli, non è stata una liberazione made in Usa”. Nel giro di una decade il grande partito arabo autoritario sta finendo nella spazzatura della storia – anche se con Assad il finale di partita è ancora lontano. Come in Iraq, dove gli americani passarono dalla guerra contro Saddam alla guerra contro un’insurrezione dominata da al Qaida, la fase di vuoto post Baath in Siria minaccia di essere convulsa e colmata dagli estremisti islamici. Come in Iraq, le statue del despota che cadono danno speranza, ma sono il preludio, non il traguardo, questa volta lo sappiamo e dovremmo regolarci di conseguenza (ma la Casa Bianca di Obama in questo è lenta e cauta, tremendamente cauta).